mercoledì 25 giugno 2014

Cani, Porci e Chiese


Il gruppo delle isole di Vava'u (Is.Tonga) è un atollo in formazione, o una grande isola vulcanica in disgregazione a seconda dei punti di vista. E' composto da un numero elevato di isole ed isolette colore verde smeraldo, perloppiù a strapiombo sul mare con rare spiagge arancioni. Kingdom of Tonga, bandiera rossa con un riquadro bianco in alto a sinistra a fare da sfondo ad una croce altrettanto rossa, credo siamo politicamente sotto il controllo Britannico; la seconda lingua è l'inglese. Non si può certo dire che vivono nel lusso, anzi, però sicuramente di una cosa penso si ritengono ricchi: la Fede. Chiese in ogni luogo, queste sì a sfoggiare lusso, le uniche ad avere un giardino erboso ben curato, la staccionata in legno o cemento ben pitturata ed un portone di ingresso recante frasi inneggianti al Signore. A volte hanno anche a lato un campo da gioco (basket, volleyball, ecc.) recintato all'impossibile e sempre vuoto (chissà quali formalità sono necessarie per entrare). Dalle profondità delle Chiese più grandi si odono echeggiare canti di voci bianche ad ogni ora. La domenica è vietato lavorare, firmare contratti, fare affari e chissà cos'altro non è permesso: tutti a Messa; camionate (non hanno i bus) di ragazzi e ragazze di tutte le età vestiti a festa, anzi direi in divisa e con colori vivaci, a ritrovarsi nei luoghi di culto ad onorare il Creatore ed a cantare canzoni inneggianti alla Croce. Le famiglie meno prolifere hanno una decina di figli mi riferisce il ragazzo che con la macchinetta e gli aghi intinti nell'inchiostro nero mi sta marchiando con un nuovo disegno; normalmente i gruppi famigliari sono composti da 15 e anche 17 pargoli a correre per casa assieme ad un numero elevato di cani, ed a condividere gli spazi verdi, giardini e boschi, con un numero imprecisato di maiali soprattutto di colore nero, pochi maiali rosa ed alcuni maiali pezzati. I suini sono dappertutto a libero pascolo come fossero galline, e come se la terra a disposizione a loro non bastasse gli abbiamo visti rovistare col muso basso perfino dentro l'acqua di mare, cosa mai vista.
Dopo un paio di ore sotto i ferri aguzzi ed un paio di proposte di matrimonio da parte di ragazze di passaggio dalla botttega di Miki, il giovane che fa i tatuaggi, entrato un po in confidenza con lui gli chiedo cosa se ne fanno di tanti cani. Risposta presto data: li mangiano alla pari di altri animali, e a suo dire quelli di età quasi giovane sono meglio delle porchette.
Passeggiando all'interno di una di queste isole, da sponda a sponda lungo l'unica strada di terra e noci di cocco, queste ultime rovesciate a formare una superficie più solida dove il fango è più profondo, posso raccogliere e saggiare dei mandaranci dal sapore un po aspro ma molto buoni. Qui cammino sempre con un occhio rivolto verso l'alto nel caso una noce di un paio di chili decidesse di staccarsi da una decina di metri di altezza per piombarmi addosso, non mi divertirei di certo a riceverla in testa o su una spalla. Scorgo a lato tra il fogliame un grosso ragno e la sua tela giallastra; i tre fili principali a tenerla tesa tra i rami fanno impressione tanto sono spessi; decido quindi di provare la loro resistenza prendendone uno tra le mani e trazionandolo (tenendo d'occhio il ragno che non si incazzi!!). Tira e tira alla fine lo spezzo… ma quale forza quel filo di ragnatela! Prima di andarmene riparo il "danno" al ragno con un nodo marinaro (nodo 'piano') e la sua tela è di nuovo a posto!! Su un altra piccola isola trascorreremo la giornata a ripulirla dalle immondizie, idea di Joseph che ha contagiato anche me. Su un'altra isola ancòra siamo invece stati ospiti, diciamo così, di una famiglia di una ventina di loro che hanno cucinato due maialini alla brace sulla spiaggia: mentre la mamma preparava dei deliziosi contorni ed il papà accendeva il fuoco, i bimbi hanno provveduto a tutto l'occorrente riguardo la bestia, dal pascolo al piatto… Hanno partecipato al barbeque i componenti di una decina di imbarcazioni del nostro gruppo del World ARC Rally, ed in quella occasione abbiamo potuto raccogliere e donare alla piccola scuola locale un migliaio di dollari. Niente S.Messa ma ci siamo "sentiti buoni" lo stesso.
Dimenticavo quasi di scrivere che qui è arrivato l'inverno, ma forse sarebbe più corretto dire che ci siamo andati incontro noi considerando che siamo giunti, a giugno, ben oltre i 21° di latitudine sud.
Aggiungo, infine, che con tutto questo raccontare mi è venuta una irresistibile voglia… di cane… (volevo scrivere 'carne').

foto by Vlado

venerdì 13 giugno 2014

Volvo Ocean Race: ufficiale, confermato il mio amico Alberto Bolzan su Team Alvimedica!!



Volvo Ocean Race: ufficiale, confermato Alberto Bolzan su Team Alvimedica. Sarà lui il velista italiano al giro del mondo. (Intervista by Farevela)

Newport, USA- Adesso è ufficiale. Sarà Alberto Bolzan il velista italiano che disputerà la prossima Volvo Ocean Race su Team Alvimedica. Ad annunciralo a FareVela è lo stesso Bolzan, nell’intervista che ci ha concesso oggi via skype da Newport, dove il team turco-americano è arrivato ieri sera al termine della sua prima traversata atlantica test, dieci giorni da Lisbona a Newport, Rhode Island.
Alberto Bolzan con lo skipper Charlie Enright a Newport. Foto Forster
Alberto Bolzan, 32 anni, friulano di scuola velica triestina, è quindi il primo italiano a disputare la Volvo Ocean Race, da Gabriele Olivo che fu MediaMan su Telefonica nell’edizione 2009-2009. Per ruoli di velisti bisogna risalire però addirittura a Stefano Rizzi e Ciccio Celon su Amer Sports One nel 2000-2001. “La realizzazione di un sogno”, ci ha detto Bolzan, “Visto che la Volvo Ocean Race è sempre stata il mio obiettivo velico da quando ero bambino. Una sfida che mi ha sempre appassionato”.
I due skipper del team, gli americani Charlie Enright e Mark Towill, stanno concludendo la selezione dell’equipaggio, che sarà pronto, da quello che ci ha detto Bolzan, nella prossima sessione di test, all’inizio di luglio. “Ci siamo fatti un’idea dell’equipaggio, nei vari ruoli, ci siamo posizionati bene a bordo”, ma il suo ruolo è già confermato ed è ufficiale, come si percepisce dal plurale che usa, “Sì, mi hanno appena detto che lo posso dire, è ufficiale. Sono a bordo come uno dei timonieri e trimmer durante il turno, per quanto riguarda la specializzazione sono responsabile del programma di sviluppo delle performance e del tuning del rig”. Il tono è un misto di soddisfazione e professionalità. Da una parte, raggiante per esserci e dall’altra conscio che c’è una lunghissima rotta da percorrere. Ma la faccia da bravo marinaio friulano lascia passare anche qualche bel sorriso. Per Alberto Bolzan il sogno velico si sta realizzando e scusate se è poco.

E come è andato il primo oceano? “Una traversata fantastica, siamo pariti con vento di 30 nodi in poppa e abbiamo fatto medie sulle 500 miglia per i primi quattro giorni, poi bolina fino a 30 nodi e vento leggero alla fine. Molto positivo come allenamento, abbiamo potuto testare la barca nelle condizioni più diverse”.
Sui Volvo 65, che ci dice di aver timonato moltissimo sia nelle sessioni quotidiane in Portogallo sia nei giorni scorsi in Atlantico, Bolzan parla sicuro: “Mi è sembrata una bella barca, molto solida, dà una sensazione di grande sicurezza perchè sentirsi sicuri quando il mare è grosso ti fa dormire un po’ più tranquillo, per quel poco che si riesce... E poi dal punto di vista delle performance è potente e veloce. In condizioni sui 20-30 nodi alle portanti si naviga costantemente sopra i 25 nodi, con punte sui 30. Dà davvero molta soddisfazione navigarci. I 70 erano barche più estreme, con ricerche esasperate delle
performance. I 65 sono magari un pelo meno veloci come punta ma la sicurezza è notevole e sapere di poter contare su un mezzo che dà affidamento quando sei da solo in mezzo all’oceano tirando sempre. Sono un compromesso eccellente tra velocità e affidabilità”.

E al timone? “La si porta come tutte le barche veloci da alte prestazioni, paragonabile più a una barca tipo Esimit che a una IRC. Ha bisogno di specializzazione, specialmente per la gestione della canting keel ma alla fine è pur sempre una barca a vela. Dal punto di vista fisico è molto dura. Portarla in otto significa avere molta forza e resistenza. Le vele sono di tipo oceanico, quindi molto pesanti e per spostarle si fatica molto, così per le manovre visto che si fa tutto con i grinder. Una bella preparazione fisica è certo fondamentale. Dopo averci vissuto per dieci giorni, posso dire che la scelta del one design ha dato anche la possibilità di pensare a un minimo di “confort”. Intendiamoci tutto è al massimo della tecnologia e in carbonio ma le brandine sono sempre brandine... ma un pelino più grandi... così come l’altezza in cabina garantisce un volume d’aria respirabile migliore. E posso garantire che dopo che si vive per dieci giorni in otto lì sotto la cosa si apprezza... Sei sempre bagnato, pieno d’acqua, tutto scuro con il carbonio e rischi di picchiare la testa da tutte le parti, ma lo sai e chi accetta di fare questa regata accetta anche questi aspetti, anzi è un po’ il suo bello”.
Bolzan ci dice apertamente che solo due anni fa non si immaginava certo di fare questa Volvo ma che questa era sempre stata il suo sogno. “Mi sono dedicato alle regate inshore e ai one design, fondamentali per progredire nella tecnica ma questo tipo di regate come la Volvo è sempre stato il mio sogno fin da piccolo. Tra i miei idoli velici ci sono sempre stati i personaggi che hanno fatto grande questa regata e ho avuto sempre il massimo rispetto per loro. Quando stavano impostando la campagna mi hanno detto di farmi sentire, ho mandato il mio curriculum, gli è piaciuto. Abbiamo provato in due sessioni ed ora eccomi qui, a 32 anni sono tra i più vecchi”.

Team Alvimedica è il team americano ideato dai due skipper del New England Charlie Enright e Mark Towill, con sponsor turco-italiano (la piemontese CID Vascular, Ndr) e un sailing team tutto sui trent’anni. Bolzan, che di anni ne ha 32, lo descrive così: “Un gruppo molto bello, giovane, si respira un’aria di volontà e voglia di fare esperienza. Tutti abbiamo voglia, magari non abbiamo l’esperienza di grandi navigatori oceanici, ma siamo tutti qui per imparare e bruciare le tappe. Il nostro obiettivo è quello di presentarci, tra pochi mesi, sulla line di partenza come un outsider per dare fastidio al massimo ai team favoriti”.
Full immersion per Bolzan sulla Volvo Ocean Race nei prossimi mesi, a parte una puntata alla Giraglia la prossima settimana come ultima regata con Esimit (il supermaxi di Igor Simsic, Ndr), e moltissime cose da testare e provare. “Dobbiamo imparare il più possibile in poco tempo, navigare fa sempre bene...”.

E come vedrebbe Alberto Bolzan una futura eventuale partecipazione italiana alla Volvo? “Credo che sia fondamentale prima di tutto creare il massimo interesse su questo tipo di vela. Tra le boe siamo tra i migliori al mondo ma credo che avremmo delle possibilità buone anche nelle regate offshore. La Volvo ha sempre un fascino tutto suo. ieri sera quando siamo arrivati a Newport c’erano decine di barche che ci attendevano e che ci hanno poi scortato fino all’ormeggio, riservandoci una grandiosa accoglienza, e questo solo per un allenamento. E poi c’è la parte imprenditoriale, la programmazione, assai complessa e dove c’è un gruppo di persone che lavorano a tempo pieno e senza le quali non potremmo neanche navigare. Un lavoro di team assai interessante, dove la programmazione è tutto”.

In foto: Bolzan sorride al timone di Alvimedica. Foto Amory Ross/Team Alvimedica

lunedì 2 giugno 2014

Diecimila miglia o poco più, ed un sabato di meno


Durante il skipper-briefing allo Yacht Club di Bora-Bora ci avevano avvisato della bassa pressione ciclante a sud della meta della 4a tappa del nostro World ARC Rally in barca a vela, nei dintorni delle Isole Tonga, 1460 miglia nautiche (2600Km) a sud-ovest. Avevamo previsto di arrivarci in circa 15 giorni, comprese le due soste intermedie a Suwarrow e Niue, e quindi non ce ne siamo preoccupati più di tanto del maltempo tanto era lontano sia di spazio che di tempo. Diciamo quasi tutto bene fino alla prima sosta con vento sui 20-25 nodi, ma nel mentre una raffica di 30 nodi ci sorprenderà strappandoci il piccolo ed utilissimo gennaker di 80mq: l'angolo di mura è rimasto solidamente a prua con un metro di vela soltanto mentre tutto il resto staccandosi ha svolazzato rumorosamente per qualche minuto a mò di gigantesca bandiera fino a quando, e con fatica, lo abbiamo recuperato a bordo un po a brandelli e fradicio. Era vecchio e lo avevamo usato molto ma si spera sempre che le cose durino in eterno, cosa ovviamente impossibile. Tenteremo di farlo riparare appena possibile altrimenti, dovesse risultare irreparabile, Vlado è seriamente intenzionato a farsene costruire uno nuovo uguale. A sostituirlo temporaneamente sarà il fiocco di trinchetta ed il genoa ridotto della metà, tutti e due tangonati in modo da avere a prua due vele quasi gemelle in dimensione.
La sosta a Suwarrow, posto bellissimo di cui ho già parlato precedentemente, ci renderà difficile la decisione di ripartire per continuare il viaggio senonchè nuove previsioni meteo ci preannunciano un allargamento della bassa pressione già presente con temporaneo calo totale di vento per alcuni giorni sulla nostra rotta verso Niue e forse anche successivamente. Ripartiamo con ottimo vento al giardinetto per un giorno e poi tutto si ferma: seguiranno 3 lunghi ed interminabili giorni a motore, cielo coperto, e pioggia di tanto in tanto. Alcune decine di miglia nei pressi di Niue, seconda tappa intermedia, il vento riprende a soffiare deciso prima al traverso e poi di bolina. E chi se lo sarebbe aspettato di bolinare? Non ricordo di averlo fatto nei quattro mesi precedenti! Sfoderiamo la randa con 2 mani di terzaroli. Onde di 2-3 metri non ci faciliteranno di certo le cose, ma quando il vento deciderà di mettersi decisamente contro allora la scelta del Comandante di saltare Niue per proseguire verso Vava'u (Isole Tonga) risulterà facile e ci procurerà sollievo.
Ottanta gradi di bussola di differenza e la forza della natura ti diventa amica improvvisamente. A gonfie vele surfiamo sulle onde dalle creste biancastre col nostro 45' alla velocità di otto-dieci nodi per due giorni. Pioggia, a tratti insistente, ma si va avanti alla grande: via tutto, anche il costume, e ci prendiamo quella fresca doccia d'acqua dolce insaponati e sorridenti.
C'è anche tempo per riuscire a capire, nei pressi del 180° Meridiano, come passare in un istante dall'avere 12h di ritardo di orologio rispetto all'Europa il venerdi 23, ad averne 12h di anticipo la domenica 25 perdendo un giorno di calendario: sabato 24 maggio, chi ce lo renderà mai? Un sistema però ci sarebbe, tornando indietro…
Durante il turno di notte indossiamo pantaloni lunghi e pile a contrastare le temporanee temperature più basse. Il frigo è quasi vuoto. Ultimo giro di bicchierini di rum (terminato pure lui) per festeggiare le mie 10.000 miglia nautiche!

mercoledì 28 maggio 2014

L'Isola dei "Robinson Crusoe": Suwarrow (Is. Cook)

L'Isola non la vedi fino a quando ci sei vicino a poche miglia: una linea sottile-sottile di palme da cocco, la sabbia arancione pallido della spiaggia arriva ancòra dopo, le aree coralline, infine, si scorgono per ultimo ad un centinaio di metri o addirittura quando ci sei quasi sopra. Uccelli bianchi dalla coda lunga di cui non conosco il nome ci svolazzano gridando sopra la nostra Civetta II; le Fregate, nere e bianhe, invece fanno lunghi giri, più alte, dalle ali e dalla coda a sagoma acuta. La passe è ampia e tranquilla, le mappe sono precisissime: solo il South-Reef da evitare aggirandolo tenendosi a sud come dice il nome. L'Atollo è molto grande. Acqua blu significa 50 metri o più di profondità; acqua azzurra, 12 metri per il fondo; acqua trasparente-turchina, 4 metri di morbido, caldo ed irresistibile mare. Non mi tratterrei da farvicisi un tuffo se non che c'è da fare del lavoro ulteriore per alcuni minuti: filare l'àncora. Il Comandante rallenta l'imbarcazione, attendo il segnale, poi pigio il bottone di gomma colore nero e l'anchor-winch erutta catena a ritmo di un metro al secondo. La barca si ferma, poi l'invertitore la fa indietreggiare per controllare se l'àncora tiene: un fremito del pulpito a prua, la catena si tende e siamo fermi. Tiene. Seguono alcuni minuti in cui tutto sembra fermarsi, non solo la barca, e guardo attorno: le palme verdi, il vento leggero da lato sottovento non vince sui raggi solari ed il caldo si fa sentire, le lievi onde di superficie rumoreggiano appena a babordo, i colori del fondo del mare e delle coral-head, il sole splendente. Siamo arrivati, siamo ancorati. Uno sguardo più attento lo riservo verso la spiaggia, poco più sopra della sabbia, poco più sotto delle fronde da cocco tra gli obliqui ed alti fusti per capire se ci sono costruzioni e abitanti; niente di tutto questo ma noto che fanno bella mostra un paio di vecchie e grandi amache, 4-5 smunte boe arancioni e gialle, alcune vecchie cime a fare compagnia alle boe; un paio di vecchissime àncore tipo ammiragliato completamente arrugginite e semi insabbiate fungono da monumento alla navigazione. Qui ci arrivi soltanto in questo modo, cioè in barca a vela: in soli 15 giorni partendo dalle Hawaii (U.S.A.) da nord, o da Auckland (Nuova Zelanda) da sud. Niente strade, niente aeroporti, nessuna linea di navigazione passa per di quà. Sembra la perfetta isola di mister Robinson e scopriremo dopo che è stata proprio così fino a tempi recenti.
Riprendo coscienza di me ricordandomi che l'acqua non può attendere ulteriormente… ma invece si farà attendere fino all'indomani perchè gruppi di 4-8 squali di "soltanto" un metro e mezzo circa, nuotando attorno-attorno ci faranno desistere dal bagnarci. Poi si sà come vanno queste cose: incoscientemente uno entra in acqua, l'altro sta a guardare per vedere cosa succede, gli squali vanno via… e tutti dentro! Snorkeling per ore ed ore. Devo stare attento a non scordare che non sono un pesce, e nemmeno un anfibio, e ricordarmi invece di respirare ogni tanto! Indimenticabile sarà la camminata in mezzo metro d'acqua, aspettando il livello di marea giusto, seguendo la linea del reef con le onde dell'Oceano che si infrangono a pochi metri, fino alla Pidgeon Island poco distante: 1h ad andare ed 1h a tornare. Tanti bei pesci sott'acqua a cui non ho tirato l'arpione tanto erano belli. Al centro dell'isola una piccola casetta di legno, 3 piccole stanze soltanto, residuato della 2nd-World-War, da tempo è diventata una Cruisers-Book-Exchange one-for-one, ed una Tool-Exchange: commovente. Un'altra costruzione di pari materiale da costruzione, di due piani, ospitava fino a poco tempo fa una coppia che gestiva uno Yacht Club: incredibile; essendo tutto aperto e di libero accesso ora i naviganti che fanno sosta qui ci lasciano le bandiere del proprio Paese con le firme ed i saluti. Suwarrow ora è un parco protetto dove non si può più abitare. Suwarrow la percorri a piedi tutt'attorno in un paio di ore soltanto; esplorandola raccolgo una noce di cocco verde e con una punta ci faccio un buco da cui zampilla un dolce latte che mi disseta; la lascio a terra ed in 10 minuti arrivano i granchi a finirla. Raccolgo un'ulteriore noce, questa seccata dal sole e dal vento, ed in mezz'ora di dura fatica la apro con il machete fino ad ottenere solo il suo nucleo marrone e bianco lattiginoso che porterò con me per mangiarla, la sera come dessert assieme ai miei compagni di viaggio, sul Civetta II.

sabato 10 maggio 2014

Oggi Ho Qualcosa Da Fare


Non ci sono turni da fare in barca questa mattina, dormo fino all'alba fino a quando il sole mi abbaglia il viso svegliandomi.
"Vlado" - mi rivolgo al Capitano - "Avrei qualcosa da fare oggi, posso usare la cucina?" Ho un appuntamento che aspetto da un paio di settimane, le cose sono tutte pronte: farina, uova, burro, zucchero e marmellata. Posso fare con calma e metterci tutto l'amore e la passione che voglio; ce ne metto tanto di queste cose, gli ingredienti invece hanno il loro peso e le loro quantità predifinite. Ho una cosa molto buona da fare oggi. Ed impasto con le mani perchè viene meglio. Un po di farina in più così non appiccica. Accendo il forno a gas, la bombola è nuova. Tutto il tempo che ci vuole. Un po di riposo in frigo per l'impasto ed intanto mi concedo un tuffo nelle calde acque azzurre dell'Oceano di cui siamo circondati. Ho una cosa da fare oggi, una cosa importante.
Stendo l'impasto nella teglia appena imburrata e zuccherata, così la crostata di albicocche viene più buona. La crostata è un dolce buonissimo e facile ma devo stare attento a non carbonizzarla sotto come al solito, quindi dovrò cuocerla più lentamente, ci dedicherò tutto il tempo che ci vuole.
Riverso un barattolo intero e nuovo di marmellata sul dolce e la distribuisco con cura. Bucherello la pasta con una forchetta per evitare crateri in superficie durante la cottura. Le striscioline di pasta fanno la loro bella figura sulla superficie della marmellata ingabbiandola a dovere.
Ho da fare un bella cosa oggi e ci metterò tutta la precisione e la fantasia che ci vuole.
Qualche spennellata con l'albume e l'impasto verrà proprio dorato! La doratura conferisce importanza e ricchezza. Un bel dolce. Il forno è caldo ma non troppo, non devo bruciarla oggi. E via dentro. La sorveglio. Invece di trenta minuti la terrò dentro ben settantacinque di minuti di orologio, tutto il tempo che ci vuole. La controllo ogni seicento secondi: è bella! Spengo il forno e lo socchiudo per far circolare un po d'aria, lei è dentro a raffreddare ed intanto preparo le candele. Solo due candele: una con il numero 1 e l'altra con il numero 7. La crostata si raffredda ed io faccio un altro tuffo in mare. Tutto il tempo che ci vuole. La crostata è pronta, chiamo il Capitano e gli altri membri dell'equipaggio e ci raduniamo attorno al tavolo con la Crostata in centro, le candele sono accese. Tutto il tempo che ci vuole. E sarà la crostata più buona mai fatta. Oggi è il compleanno di mio figlio Paolo, 17 fantastici anni! Lui è il migliore!!  A U G U R I !!!

giovedì 8 maggio 2014

Domenica 11 inizia la 4a Tappa di 1460 Miglia


Dopo un mese e mezzo di pausa dall'ultima tappa del Pacifico orientale mancano ora solo pochi giorni alla partenza della prossima che, con un percorso che prevede due fermate brevi intermedie, ci proietterà decisamente verso la parte occidentale dell'oceano Pacifico cioè l'Australia! La terra dei Canguri sarà una meta importante per molti aspetti a cui tutti noi guardiamo con occhi da sognatori, per la quale però ci vorranno ancòra due mesi e mezzo. Rimaniamo per ora concentrati per domenica prossima: linea di start dall'isola di Bora-Bora poi 690 miglia per Suwarrow (isole Cooks) per prosegire per Niue, altre 540M, per poi tagliare il traguardo a Vava'u tra le isole Tonga dopo le finali 230M. Ultimi controlli all'attrezzatura: cambio olio e filtri al motore principale, al motore del canotto di servizio e al generatore elettrico diesel; pulizia e manutenzione al desalinizzatore (produttore di acqua dolce da bere, da quella salata del mare), controllo tenditura dei cavi d'acciaio (stralli), pulizia scafo sotto la linea di galleggiamento, sostituzione "zinchi" elica; verifiche al cordame (scotte, drizze), alle carrucole (bozzelli), alle vele, ecc. ecc. Diversi concorrenti, durante le tappe precedenti, hanno avuto degli inconvenienti abbastanza rilevanti che gli hanno fatto perdere giorni e giorni: un paio hanno scardinato il boma, diversi hanno avuto reti da pesca abbandonate impigliate al timone, all'elica o al bulbo, un paio hanno trovato e risolto ingressi d'acqua poco confortevoli nello scafo. Niente di drammatico per loro, meno male. Dal canto nostro possiamo segnalare l'intestazione a nuovo dello strallo di prua, un cavo d'acciaio di 8mm di diametro e circa 10m di lunghezza, per la parte in cima all'albero, lo strallo dove ci sta anche il genoa rollabile; un lavoro che siamo riusciti a fare all'àncora e senza dover sbarcare a terra: ci sono volute quattro persone di noi e mezza giornata di lavoro piuttosto impegnativo! Della probabile prossima rottura dello strallo in questione ce n'eravamo accorti verso la fine della 3a lunga tappa del Pacifico durante un ispezione in cima all'albero; come soluzione temporanea ci eravamo imposti di non usare più la vela di prua (genoa) per non mettere nuovamente sotto sforzo il cavo d'acciaio rompendolo del tutto con le conseguenze che ne sarebbero derivate; come alternativa abbiamo fatto largo uso di un piccolo gennaker che ci ha fatto proseguire la navigazione praticamente senza problemi e perdite di tempo alcune.
Un imbarcazione è composta da migliaia di componenti in continuo lavoro e stress e sotto le intemperie del mare e meteorologiche. Una verifica certosina aiuta a limitare le sorprese (anche se non ad eliminarle del tutto). Fino a prova contraria, quindi, siamo pronti alla nuova partenza!